LE RITE, « LIEU-DIT » DE LA PAROLE

Le rite, « lieu-dit » de la parole

Colloquio annuale dell’Istituto Superiore di Liturgia di Parigi (28-30 gennaio 2015)

L’annuale colloquio dell’Istituto Superiore di Liturgia di Parigi, tenutosi nei giorni 28-30 gennaio 2015, è stato dedicato al tema della Parola di Dio nella liturgia, nel riferimento agli studi di Jean-Yves Hameline, grande studioso della ritualità cristiana, scomparso nel 2014. Nel discorso di apertura dei lavori, il direttore Jean Louis SOULETIE, ha focalizzato il tema del legame tra rito e Parola alla luce della teologia agostiniana della parola efficace (quasi visibile verbum). La forma rituale del sacramento non può essere compresa se non a partire dalla sacramentalità della Parola. Nella prospettiva del “sito cerimoniale” analizzato da Hameline, il Colloquio si è svolto in quattro tempi e temi: il rito e la dimensione memoriale; il rito e la sacramentalità della Parola; il sito rituale della Parola; la dimensione escatologica.

1. Rito e memoriale

Elbatrina CLAUTEAUX (Theologicum, Paris, Le rite et le récit) ha messo in relazione rito e narrazione: il rito è nell’ordine del tempo, di un tempo differente, di un presente sui generis che apre a un nuovo tempo, apre l’istante alla pienezza del tempo. Il rito è dell’ordine del racconto: secondo Ricœur il tempo è pienamente umano nella misura in cui si articola in senso narrativo, e il racconto diventa un modo di stare nel tempo. In questo orizzonte narrativo allargato, il rito cristiano rappresenta il racconto della salvezza in tutta la sua ampiezza di prefigurazione, configurazione, rifigurazione, in una onnitemporalità di Dio sempre al presente nell’oggi del rito, a sua volta chiamato ad aprirsi sull’oggi esistenziale ed ecclesiale.

Patrick PRETOT (ISL, La Semaine sainte: le «grand récit» entre mimèsis et anamnèsis) ha esplorato la simbiosi tra anamnesi e mimesi nei riti della Settimana santa, dove la mimesi sta dentro l’anamnesi, e la celebrazione non fa teatro, ma coinvolge in un’azione in cui tutti sono attori e nessuno spettatore. Rispetto alla “teatralità della liturgia”, Hameline sottolineava l’ordine simbolico del memoriale-alleanza, in cui l’attore (presbitero o fedele) entra in una struttura di distribuzione fatta di spostamenti, sguardi, posture ecc., luogo in cui comprendersi ed assumere il proprio posto, più che discorso finalizzato a comprensione ed esortazione. In questo senso la Settimana santa non è anzitutto una scena teatrale in cui si ripetono i gesti di Cristo, ma rappresenta piuttosto la costruzione di un sito liturgico. Opera sempre fragile, da riprendere incessantemente, in cui ciascuno può trovare il proprio posto nella storia della salvezza attualizzata dalla liturgia.

Christophe RAIMBAULT (Theologicum, L’anamnèse eucharistique chez S. Paul) ha riletto in chiave di anamnesi eucaristica i testi di San Paolo, apostolo del rendimento di grazie, sia come atteggiamento personale che come esortazione ai destinatari. La sintesi può essere individuata nel kerigma trasmesso e celebrato, per cui la vita stessa di Paolo diviene luogo di anamnesi e di annuncio (1Cor 11,23; 1Cor 15,3) che trova il suo centro nella trasmissione del racconto eucaristico (1Cor 11,23 ss). Il corpo ecclesiale è chiamato a celebrare in verità la cena del Signore, per far sì che l’eucaristia sia veramente all’insegna della koinonia che dà corpo all’ekklesia. L’anamnesi eucaristica celebrata con fede e amore può così realizzare la sua opera trasformante, farsi agape, aprire all’uomo nuovo e all’eschaton.

2. Rito e Parola sacramentale

La ricchezza della categoria di “parola visibile” in Agostino è stata delineata da Pawel SAMBOR (Dottorando, Theologicum, Quasi visibile verbum chez Augustin) partendo dalla relazione sacramentale voce-Parola (realtà umana che dà accesso alla realtà divina): la voce si indirizza all’orecchio perché la Parola possa raggiungere l’intelligenza, la voce senza parola è vuota e insignificante, ma la Parola senza la mediazione esteriorizzante della voce rimane inaccessibile. Cristo è la parola visibile per eccellenza, che può essere riconosciuta nel segno portatore di senso, nel miracolo (in Agostino la creazione e le meraviglie di Dio), nel sacramento.

Jean-Louis SOULETIE (Le rite, un lieu-dit de la Parole) ha esplicitato un’etica del rito a partire dal suo carattere “illocatorio” (neologismo di Hameline pensato in analogia con la funzione illocutoria del linguaggio), che rinvia al lieu-dit. Si deve ad Hameline l’aver qualificato la liturgia come sito cerimoniale (atteggiamenti, movimenti, toni e stile nel rispondere alla Parola rivolta da Dio). Esso è composizione tra due luoghi, uno spazio di inter-tempo, per intra-vedere, uno spazio che non è né il quotidiano, né la parousia. Si tratta di localizzazioni reciprocamente irriducibili e non sovrapponibili, luoghi reali ma anche contro-luoghi, utopie realizzate che rappresentano luoghi ma non appartengono ad alcun luogo, anche se possono essere localizzati. La liturgia è uno di questi siti che, essendo radicalmente altro rispetto ai luoghi che riflettono, Hameline definisce (in opposizione alle utopie) “eterotopie”. La liturgia può rivelare il suo potenziale etico se si configura come riconoscimento di un posto da occupare nell’alleanza e di relazioni possibili cui aderire, attraverso azioni, posture, distanza, orientamento, oggetti ed elementi che concorrono a comporre quello che Hameline definisce appunto “rito illocatorio”. Il sito cerimoniale, quindi, non è una zona, ma si costituisce a partire dalle relazioni che i soggetti dell’assemblea liturgica stabiliscono. Dire “Amen!” significa mettere a fuoco la nostra collocazione rispetto agli altri, e a noi stessi (come “chiamati”): in questo senso rito si configura come forma dell’etica cristiana. Come mostra la crisi di 1Cor 11, un modo errato di posizionarsi nella celebrazione rivela un modo problematico di stare con se stessi e con gli altri, che frantuma la comunione. Non è possibile celebrare l’eucaristia guardando con indifferenza alla disuguaglianza sociale e all’esclusione. Il carattere illocatorio del sito cerimoniale manifesta così la forma sacramentale dell’etica. Il rito assegnando a ciascuno il suo posto permette riconoscimento reciproco e una nuova relazione tra persone. La partecipazione attiva di SC può essere declinata attingendo all’istituzione come sistema di distribuzione (da Ricœur, per cui l’istituzione esiste nella misura in cui gli individui vi prendono parte). Nel sito cerimoniale il sé del soggetto e sempre orientato alla relazione con l’altro (cf. le azioni di chiesa di SC 26). Nella logica del corpo di Cristo si stabilisce un’inter-dipendenza, secondo un’etica del riconoscimento che trova la sua forma sacramentale nell’assemblea liturgica.

3. Il sito rituale della Parola

Philip BARRAS (ISL, CIPAC Lille-Arras-Cambrai, Le site de la Parole rituelle) ha delineato il sito rituale della parola che,  ancora a partire dall’idea di sito cerimoniale di Hameline –  tempo disteso, che si oppone all’impazienza della comunicazione efficace e dell’urgenza del dovere – si configura come liminalità, relazione esperienziale con il Verbo e tra i partecipanti, spazio in cui stare in praesentia. L’approccio sociologico di Goffmann che rilegge l’esperienza secondo la metafora teatrale, distingue tra spazio istituzionale (di residenza, di lavoro) e spazio interstiziale (le quinte e il retro), spazio-tempo per relazioni informali e “altre”. Lo spazio celebrativo può essere riletto sia come istituzionale (rituale, norme liturgiche) che come interstiziale grazie al rito, spazio-tempo di souplesse e gioco che crea una sospensione per lasciare spazio all’azione di Cristo. La sfida dell’ars celebrandi è di coniugare i due spazi, in una relazione dinamica e feconda (nella riforma liturgica declinata in termini di fedeltà-adattamento).

Monique BRULIN (professore onorario ICP, Parole et geste dans la liturgie)  ha esplorato la relazione tra parola e gesto, movimento intenzionale che può dare concretezza, peso alla parola e può favorirne l’accoglienza creando uno spazio di risonanza silenzioso. Si tratta di una dimensione essenziale dell’atto rituale, che posiziona e rende disponibile all’incontro, in quanto azione simbolica del corpo e sul corpo, che evoca ricordi e affetti, aprendo spazi di manifestazione di cui ciascuno è chiamato a fare esperienza. Si giunge così a una vera teologalità del gesto, vettore che permette all’umano di non rimanere nell’astratto e fa sì che la parola possa essere assunta, unificazione di parola interiore ed esteriore in quella grande scuola di gesti, vera “economia del disporsi” che è la liturgia.

Bernard DOMPNIER (professore emerito Università di Clermont, Les XVIIe et XVIII e siècles, un âge de la cérémonialité) ha trattato del cerimoniale dei secoli XVII e XVII che solo in epoca recente ha destato l’interesse della ricerca storica, caratterizzato tuttavia da una mole di fonti di difficile interpretazione in quanto disperse su innumerevoli varianti locali e con pochi elementi sull’esperienza realmente vissuta. A partire dai principi regolatori del concilio di Trento, si può tentare il passaggio dal cerimoniale al rituale cercando elementi del vissuto, guardando alle inquietudini di chi ha a cuore il buon svolgimento dei riti (e si affida a parole e gesti sufficienti in sé), ai dubbi sulla capacità del fasto esteriore di raggiungere il cuore, alla preoccupazione che le cerimonie possano giungere alla pietà. Cercando di non assolutizzare giudizi, ricordando che anche il nostro sguardo è figlio del nostro tempo.

4. Il rito: un’anticipazione escatologica

Isaia GAZZOLA (ISL, «Etre appelé par son nom» dans le RICA) ha riconosciuto nell’essere chiamati per nome del RICA l’asse fondamentale dell’atto di fede. Nelle catechesi battesimali non ci si interessa al nome, esso è conosciuto, uguale per tutti (“cristiano”) e apre alla comunione con Colui il cui nome supera tutti i nomi e che rivela il nome del Padre. Il rituale situa candidato e comunità in una storia, tra un’origine e degli inizi. Dopo Rahner può essere rivalutata la pre-evangelizzazione, come annuncio a cristiani anonimi per i quali si prevede un’accoglienza senza riti. Le tappe del cammino della fede, distese nel tempo, sono ritmate da riti, vere porte, da cui ad ogni tappa si entra e si esce per consolidare esperienza di fede del futuro battezzato e inserirlo progressivamente nella comunità. Con il Battesimo, si ha un nuovo inizio, verso la risurrezione, di inizio in inizio, senza fine. Gli estremi (prima evangelizzazione e mistagogia) sono spazi relazionali che aprono all’alterità, in una prospettiva dialogale della fede per cui si entra in relazione con il Padre, non da soli.

Hélène BRICOUT (ISL, Theologicum, «L’Esprit qui achève toute sanctification». L’épiclèse au cœur du rite) ha approfondito la fecondità della relazione biunivoca tra fede e liturgia: sviluppo della teologia a partire da pratiche liturgiche, ma anche riforma dei riti guidata dalla teologia, come per il Vaticano II. La liturgia può configurarsi come luogo di strutturazione del pensiero teologico, come mostra l’introduzione di una epiclesi “al cuore” di un rito, che contribuisce a svilupparne il potenziale teologico al di là del ruolo specifico dello Spirito. Ad esempio, tale integrazione è stata immediata nella penitenza (la preghiera di assoluzione non comporta epiclesi, ma viene “illuminata” dal gesto di antica tradizione dell’imposizione delle mani), più graduale e tortuosa nel matrimonio che offre l’esempio più evidente di come l’equilibrio teologico e la fisionomia di una celebrazione vengano spostati in modo significativo dall’aggiunta di un’epiclesi. Essa, manifestando che il sacramento è dono e che lo Spirito Santo, come la missione, sono ricevuti da Dio attraverso la mediazione ecclesiale, impedisce di vedere nello scambio del consenso il luogo puntuale ed esclusivo del sacramento, di cui gli sposi sono i soli ministri.

Il rito come forma della proclamazione della parola dice la tensione irriducibile alla ricerca del suo carattere pienamente evangelico; in una società secolarizzata la verità deve essere declinata come autenticità alla ricerca della verità dei segni, in una doppia fedeltà, al vangelo e agli uomini e donne di oggi. Goffredo BOSELLI (Comunità di Bose, L’horizon eschatologique du rite de la fraction du pain) ha riflettuto con questo sguardo sulla frazione del pane, gesto di Gesù che continua nel gesto della chiesa, cui la Riforma liturgica ha ridato “corpo” e visibilità. Come per i discepoli di Emmaus, è un’esperienza di commensalità con il risorto che fa tutt’uno con la grande litania dell’Agnus Dei. Paolo VI introducendo due citazioni giovannee (proclamazione di Giovanni Battista Gv 1,29 e invito di Ap 19,9) ristabilisce il nesso tra gesto e invocazione, tra eucaristia celebrata e partecipazione alle nozze dell’Agnello, culmine interpretativo dell’Eucaristia, che ne dichiara l’orizzonte escatologico e ne colloca il riferimento ultimo nella tavola del Regno.

 Luciana Ruatta – Torino

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2018-06-07T15:26:16+00:00