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A proposito di continuità e tradizione

 

(Volentieri riportiamo questa lettera indirizzata a Settimana che a sua volta ha chiesto a Don Daniele Piazzi di rispondere)
Da Settimana 10 gennaio 2010 n. 1

 

Gentile redazione,
sono stato ordinato presbitero lo scorso 9 maggio e sono un vostro abbonato. Sono qui a sottoporvi una quaestio che mi sta a cuore: il fatto di uno strano movimento liturgico, secondo me contrario alla riforma e al concilio Vaticano II, perché stanno sempre più puntando sul fatto che la santa messa cosiddetta "tridentina" è il rito romano "giusto".
Vorrei che si facesse chiarezza sulla possibilità di utilizzo del rito straordinario reintrodotto dal Motu Proprio di Benedetto XVI e, soprattutto, che venga messa a tacere ogni forma di confronto tra i due riti. Per darvene un esempio, vi invito a visitare il sito www.maranatha.it.
Vorrei che si facesse capire "a certa gente" quale grande valore ha la partecipazione dell'intero popolo di Dio alla liturgia.

(lettera firmata)

 

Come il nostro lettore, anch'io che per anni ho usato il sito www.maranatha.it. In questi ultimi mesi sono stato sconcertato dal fatto che esso misceli tranquillamente i testi dei due messali (Pio V e Paolo VI), come fossero equivalenti. Il tutto accompagnato da presentazioni ed elogi vari, compreso il "libello" dei cardinali Ottaviani e Bacci, uscito nel 1969 e denigratorio della riforma, perché viene letta con la lente di un sola stagione teologica della chiesa. Stranamente in questi giorni è sparito dal sito...

[...] continua

Cosa dire di questo "movimento liturgico" che vuole tornare ai cosiddetti "riti tridentini"? In pratica, però, Trento non fa che codificare il Missale della corte di Innocenzo III.
Come rispondere alle domande del lettore? Ripercorrendo brevemente il documento Avvio di una riflessione sul Motu Proprio "Summorum pontificum" di Benedetto XVI, redatto nel settembre 2007 dall'Istituto di Liturgia Pastorale di Padova, dall'Associazione Professori e cultori di liturgia e dal Monastero di Ca-maldoli.
Il documento vuole riflettere sulla situazione che verrà a crearsi nelle comunità di rito romano e vuole «offrire un contributo alle delicate mediazioni che saranno necessarie per evitare che l'impatto della nuova disciplina possa generare nella realtà ecclesiale divisioni e contrapposizioni e non comunione e riconciliazione, come è nelle sue intenzioni».
Il punto centrale del problema sta nell'interpretazione del Vaticano II e dei documenti della riforma liturgica promulgati negli anni seguenti. Sono in continuità o in rottura con la tradizione liturgica precedente?
Lo storico non può non osservare che è dalla metà del 1800 che nascono istanze di revisione dei riti. Lo stesso Benedetto XVI ha più volte criticato un'interpretazione del concilio in termini di pura discontinuità e rottura. Infatti, assicurare continuità e vitalità ad una tradizione, significa rinnovarla nella continuità e, nello stesso tempo, con un certo grado di discontinuità. Ogni tradizione rituale vive delle sue radici e sopravvive, non nonostante, ma attraverso le riforme.
Si deve fare un'osservazione importante: non si è ritornati al Missa-le Romanum del 1570 (detto di Pio V), ma al Missale Romanum del 1962 riveduto da Giovanni XXIII. È quindi improprio dimenticare l'opera di riforma che la stessa Santa Sede ha operato lungo gli ultimi secoli.
Ma quali sono i valori irrinunciabili che devono essere valorizzati anche da chi vuole usufruire dell'indulto? Essenzialmente tre:
a) la riforma liturgica non va messa in dubbio teologicamente, permanendo il ritorno ai libri tridentini come forma rituale extraordinaria e non ordinaria e universale;
b) non si deve creare una divisione, né il motu proprio liberalizza l'uso dei libri tridentini. Difatti, per la forma ordinaria non sono esigile delle condizioni precise, mentre lo sono quelle per l'uso della forma extraordinaria;
e) una di queste condizioni è che la partecipazione attiva dev'essere salvaguardata (ad esempio, non solo mediante un ascolto silenzioso, ma anche attraverso una certa comprensione del latino).
Il lettore auspica che si faccia chiarezza «sulla possibilità di utilizzo del rito straordinario». Sulla scorta del già citato documento e della Lettera ai vescovi inviata dopo il motu proprio, mi sembra di poter sintetizzare nei punti seguenti le condizioni richieste per la celebrazione liturgica ‘in forma extraordinaria’.
1. Circa i soggetti che richiedono il rito straordinario, il documento precisa le condizioni oggettive e soggettive. Quelle oggettive prevedono parrocchie nelle quali ci sia un gruppo stabile di fedeli che lo chiedono. Risulta pertanto esclusa la richiesta di fedeli singoli e di non appartenenti alla stessa parrocchia o di gruppi eterogenei che lo chiedono per particolari circostanze. Le condizioni soggettive - si legge nella Lettera ai vescovi - insistono nel richiedere ai fedeli che celebrano in forma straordinaria «una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l'una che l'altra non si trovano certo di frequente». Come si vede, queste condizioni devono essere contemporaneamente presenti.
2. Circa i ministri che presiedono il rito preconciliare si stabilisce che debbano avere una certa familiarità con il rito stesso. Potranno bastare i video on-line per sopperirvi? Inoltre, dovrebbero avere con quel rito una sintonia spirituale. Va osservato che l'attuale cammino formativo dischiude ai presbiteri un'esperienza ecclesiale e spirituale che non può facilmente essere tradotta nelle categorie del rito preconciliare. Infine - terza condizione posta ai presbiteri che usano dell'indulto - non devono escludere di celebrare con i libri del Vaticano II: «Non sarebbe, infatti, coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l'esclusione totale di esso».

3. Il Motu Proprio riprende la distinzione tra messa "senza popolo" e messa "con il popolo". Stando ai principi ispiratori del documento, non sembra di poter dedurre che un singolo presbitero possa scegliere di celebrare con i fedeli con i libri del Vaticano II e, quando celebra da solo, con il rito preconciliare. Anche per la forma straordinaria vale il principio che forma tipica della celebrazione è quella con il popolo, visto che, per porla in atto, ci vuole un gruppo stabile di parrocchiani.
In chiusura, la lettera domanda soprattutto che «venga messo a tacere ogni forma di confronto tra i due riti». E da chi può venir fatto tacere? Impossibile. Si può però auspicare che scompaia presto l'astio che si legge nei siti tradizionalisti verso la riforma liturgica e le persone che vi hanno lavorato con scienza e prudenza e per teologi e pastori che se ne nutrono per la loro spiritualità e nell'azione pastorale.
Come concludere questa breve riflessione sulle condizioni richieste per celebrare con i libri liturgici precedenti il concilio? Rubo la conclusione al documento richiamato all'inizio: «Una forma rituale, anche se a precise condizioni viene dichiarata "non proibita", va considerata ex-tra-ordinem, in quanto non viene necessariamente ritenuta per principio né consigliabile né raccomandabile [...]. Dunque, la forma ordinaria del rito romano rimane la via principe della pastorale, della cura d'anime, della spiritualità e della formazione. La presenza di una forma extraordinaria può essere compresa senza conflitto e in una logica di autentica riconciliazione soltanto nella misura in cui essa rimane strettamente limitata a condizioni oggettive e soggettive "non ordinarie": condizioni che - come dice lo stesso Benedetto XVI - "non si trovano tanto di frequente". Solo un accurato discernimento di queste condizioni potrà permettere al cammino liturgico delle comunità ecclesiali di trarre profitto pastorale e spirituale da questo passaggio disciplinare, recuperando l'uso della partecipazione attiva di tutto il popolo di Dio al mistero celebrato, e così purificando -grazie a questo nuovo uso - le proprie celebrazioni da ogni possibile abuso».

Daniele Piazzi


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