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don Domenico Mosso (1941 – 1997)
a dieci anni dalla morte

 

La presente Nota ricorda la figura di don Domenico Mosso (1941-1997), teologo e liturgista torinese, che ha profuso ogni energia perché la riforma liturgica scaturita dal concilio Vaticano II si trasformasse in autentica recezione. Introdotta da un breve profilo biografico, la nota offre una sintesi del suo pensiero: il rapporto tra liturgia e sacramenti è approfondito dal punto di vista antropologico di una teoria del simbolo, dell’esperienza religiosa del sacro e del rito, e dal punto di vista teologico di una teoria della sacramentalità della liturgia e del sacramento come celebrazione. Nel suo impegno al servizio della riforma emergono costanti alcune preoccupazioni: determinare il senso e il perché delle celebrazioni liturgiche, porre seria attenzione ai soggetti che celebrano, curare il “ben celebrare” con particolare insistenza sull’arte del presiedere. Chiude la Nota una bibliografia completa dell’ampia produzione di don Mosso, nella convinzione che possa costituire una fonte preziosa per chi affronta lo studio della liturgia.

1. Biografia
Domenico Mosso nacque il 13 novembre 1941 a Carmagnola, in provincia di Torino . Si formò presso le scuole dei seminari diocesani di Giaveno e di Rivoli, riuscendo con facilità in ogni disciplina scolastica: gli insegnanti gli riconobbero sempre un’intelligenza vivace. Ordinato sacerdote il 27 giugno 1965, conseguì la licenza in Teologia presso la Facoltà Teologica  del Seminario milanese di Venegono e concluse l’iter formativo presso l’Institut Supérieur de liturgie de l’Institut Catholique di Parigi, laureandosi in Teologia, specializzazione in Liturgia, con la tesi La Messa teletrasmessa. Problemi teologici e pastorali , discussa il 17 gennaio 1973, davanti a pére Pierre-Marie Gy, suo relatore. Il periodo parigino costituì un passaggio significativo per il suo cammino teologico, in una stagione ecclesiale e in un contesto culturale nel quale si avvertiva una forte spinta verso il rinnovamento ecclesiale.
Plasmato dalla riforma liturgica conciliare, fin da subito ne fu un convinto promotore e instancabile pedagogo: generazioni di preti e di laici sono stati educati da lui al senso (suo termine privilegiato) del celebrare e accompagnati a “riappropriarsi” del valore del celebrare in ordine al credere e al vivere la fede; se la riforma liturgica è entrata in ogni parrocchia della diocesi torinese, il merito va attribuito anche a don Mosso che, con equilibrio e senza fughe in avanti, ne ha fatto cogliere il senso e le linee portanti. La «Rivista Diocesana Torinese» lo ha definito «un costruttore della coscienza liturgica nella Chiesa torinese con la presentazione e assunzione convinta della riforma avviata dal concilio Vaticano II» .

[...] continua

Importante fu il suo impegno presso l’ufficio liturgico diocesano (dal 1968 ne fu segretario), istituito il 15 settembre 1966 dal cardinale Michele Pellegrino, e il cui primo direttore fu don Aldo Marengo. Membro della sezione pastorale della commissione liturgica, don Mosso non trascurò mai la collaborazione con la sezione musica, di cui era fine conoscitore. Lo si ricorda come guida dell’assemblea nella cattedrale di Torino, ma anche come solista eccellente dalla voce calda e soave. Partecipò attivamente ai lavori della commissione liturgica regionale del Piemonte e collaborò alle cinque edizioni del repertorio regionale di canti Nella casa del Padre
Dal 1976 al 1985 fu revisore dei libri di argomento liturgico e fino al 1987 fu componente del consiglio presbiterale. Anche alla biblioteca del seminario metropolitano di Via XX Settembre, in qualità di direttore, dedicò tempo e intelligenza con la consueta accuratezza.
Dal 1968 fu docente presso la Facoltà Teologica, a Rivoli e poi a Torino, all’Istituto Superiore di Scienze Religiose, alla Sezione di Torino della Pontificia Università Salesiana, all’Istituto Diocesano di Musica e Liturgia, allo Studio Teologico Interdisciplinare di Fossano, all’Istituto Piemontese di Teologia Pastorale , nei corsi per Operatori Pastorali; curò inoltre la formazione dei ministri straordinari della comunione e dei diaconi permanenti.
Amava insegnare, e questo era percepito da chi seguiva i suoi corsi. Uomo di cultura solida e poliedrica, aveva la capacità di trasmettere i concetti più complessi in modo semplice, mai banale, quasi con un senso di stupore nell’avvicinarsi alla liturgia. Il suo linguaggio piano e chiaro non era solo una dote naturale, ma frutto di impegno accurato ed esortava i confratelli a fare altrettanto nella preparazione delle omelie.
Titolare dei corsi Liturgia e sacramenti. Introduzione generale e Eucaristia e iniziazione cristiana. Parte liturgica, seguiva nel suo metodo di insegnamento la duplice direzione intrapresa dall’Institut Catholique: l’impostazione diacronica e storica, che privilegiava l’aspetto genetico dei riti cristiani e dei sacramenti; l’apertura antropologica, che investigava il sacramento e la liturgia nell’orizzonte del rito.
Di don Mosso colpiva l’attenzione al popolo di Dio e la capacità di mediazione tra la teoria liturgica e il vissuto della gente; curava il rapporto con i cristiani comuni, e in particolar modo con coloro che sono sulla soglia: uno dei segreti che hanno fatto di lui un liturgista di calibro è certamente il suo frequente andare e venire dallo studio alla pratica celebrativa .
La sua feconda partecipazione come membro dell’Associazione Professori di Liturgia ha offerto importanti contributi alla ricerca teologico-liturgica, senza trascurare la pastorale liturgica.
Don Domenico fu anche un apprezzato pastore che amava la vita di parrocchia. Prestò servizio presso la parrocchia di Mazzo di Rho e, in seguito, in una parrocchia della periferia parigina. Rientrato a Torino fu nominato collaboratore presso le parrocchie San Giuseppe Beato Cottolengo, Santa Teresa di Gesù Bambino e, negli ultimi anni, a Borgo Salsasio a Carmagnola. Nel 1992 gli fu chiesto di trasferirsi presso il seminario Maggiore e la sua presenza al fianco dei seminaristi fu significativa. Su richiesta del rettore, don Giovanni Coccolo, affiancò alle lezioni in facoltà interventi di carattere pratico, curando soprattutto il canto e la ritualità.
Profuse un’intensa attività pastorale nei confronti di gruppi e persone. Per oltre 25 anni, fu guida spirituale del gruppo Unitalsi Michelin, e non trascurò il mondo dei movimenti: non appartenne mai ad alcuno di essi, ma fu sempre in dialogo con loro, aiutandoli a maturare dal punto di vista liturgico, richiamando il pericolo dell’autocelebrazione.
La sua bella famiglia gli offrì le più grandi ricchezze che possono accompagnare il cammino dell’uomo; egli le rimase sempre devoto e non tagliò mai le radici con la terra d’origine; forse proprio in questo si radica quella chiarezza di esposizione che gli ha permesso di parlare a docenti e teologi, ma anche a uomini e donne comuni che ovunque incontrava. «Qualche collega diceva che era sempre visibile la doppia componente, di Carmagnola e di Parigi, nella presentazione che egli faceva del suo pensiero. E non era un’obiezione, bensì un grande complimento»
La malattia lo colpì nell’inverno del 1996 e l’aggressione fu devastante. Il difficile intervento chirurgico cui si sottopose con serenità e coraggio non servì a debellare il tumore. Gli ultimi mesi furono una straziante lotta contro il male; si chiuse in sé, cercando la solitudine. Pur accogliendo chi gli era famigliare, rifiutava il compatimento, stroncando con impeto ogni pietismo. 
Restò lucido fino al termine della vita, cercando risposta ad una così grande prova e consolazione solo in Colui che per tutta la vita aveva cercato, amato, servito e rimanendo fedele fino alla fine. La comunità del seminario diocesano di Via Lanfranchi lo assistette fino all’ultima ora. Il Signore lo ha chiamato a sé il 28 novembre 1997, a soli 56 anni.

2. La proposta fondamentale
«Parlare di sacramenti è sempre difficile» . Questo è l’incipit del testo forse più conosciuto di Domenico Mosso, che costituisce una tappa centrale del suo percorso teologico-liturgico: Perché i sacramenti? In esso affronta il rapporto liturgia-sacramenti ed espone la sua proposta fondamentale che consiste nel considerare liturgia e sacramenti come dimensioni di un’unica realtà.
egli sviluppa la riflessione teologica negli anni in cui il rapporto liturgia-antropologia comincia ad essere approfondito. attirato da questa prospettiva, sa affrontare la novità dell’impostazione acquisendo le necessarie competenze specifiche, tanto che, ancor oggi, possiamo riconoscere nel secondo capitolo del testo citato non solo una feconda intuizione, ma un’approfondita sintesi di uno studio teologico-sacramentale che pone nella sociologia del rito, nella dimensione fenomenologica della religione e nella peculiarità del linguaggio simbolico le premesse per una comprensione più profonda del sacramento cristiano. gli apporti del movimento liturgico lo aprono all’intuizione che la liturgia è l’atto nel quale si manifesta in modo singolare la fede della chiesa, in virtù della sua costitutiva natura rituale: da qui la convinta assunzione della prospettiva antropologico-culturale, per cogliere i sacramenti nella prospettiva teologica della chiesa tutta sacramentale e nella prospettiva antropologica della celebrazione liturgica.
La riflessione teologica di Mosso è tesa a chiarire il doppio principio della sacramentalità della liturgia e della dimensione liturgica del sacramento. Oltre ogni riduzionismo di tipo giuridico, didattico o estetico, il sacramento ritrova la sua originaria natura di celebrazione, parzialmente oscurata da una concezione restrittiva del segno sacro (composto di materia e forma) e da una concezione rigidamente strumentale dell’efficacia, cui oppone una concezione dialogica e simbolica.
Il suo studio prende l’avvio dall’antropologia, secondo i tre grandi capitoli del rito, del sacro, del simbolo, per poi approdare al fondamento teologico, a quella originalità che caratterizza le celebrazioni cristiane in relazione all’evento di Cristo. Ogni celebrazione liturgica riassume in sé tutta la densità antropologica del rito e tutta la densità teologica del sacramento, iscrivendosi insieme nella “storia dei costumi” e nella “storia della salvezza”.
Fa sua la convinzione del teologo francese L.-M. Chauvet (dei cui scritti curò l’edizione italiana), secondo cui tutto ciò che attiene alla religione e alla fede deve tener conto dei dati emergenti dall’etnologia, dalla psicologia, dalla sociologia, dalla linguistica e dalle altre scienze umane . Autori come M. Wilson e  J. Cazeneuve sono i suoi punti di riferimento nell’indagine sociologica sul rito, che ne riconosce l’importante funzione strutturante dal punto di vista personale e sociale:

I riti sono azioni simboliche, quindi sono un fatto di linguaggio, di espressione e di comunicazione in cui e attraverso cui l’uomo dice qualcosa di se stesso e del mondo. Nel rito, anzi, l’uomo “dice se stesso”, in rapporto agli altri, alle cose, alla realtà nel suo insieme .

Si riferisce invece a R. Otto e M. Eliade quando affronta il mondo del sacro: proprio la storia e la fenomenologia delle religioni riaffermano il valore e il senso del sacro, che sta alla base di ogni esperienza religiosa cui si collega l’agire rituale dell’uomo.
Il linguaggio del simbolo costituisce quindi uno snodo decisivo nello studio di Mosso, che ne mette in luce tutta la valenza antropologica e ne sottolinea la fisionomia di caratteristica tipica dell’esistenza dell’uomo: tale linguaggio non solo esprime significati ulteriori (la dimensione semantica del simbolo) ma tende alla relazionalità, senza esaurirne il significato (la dimensione pragmatica e operativa del simbolo).
Attraverso la sociologia, la fenomenologia della religione e la  filosofia del linguaggio egli approda al tema centrale della sua riflessione: i sacramenti della fede cristiana, che altro non sono che i riti della fede e il cui linguaggio proprio è quello simbolico. Sono Schillebeeckx, Rahner, Chauvet, insieme al “primo” Ratzinger i teologi di riferimento per affermare che il rapporto imprescindibile spirito/corpo e la dinamica propria del simbolo stanno alla base di tutto l’agire rituale .
È tuttavia evidente che le considerazioni di ordine antropologico non sono sufficienti a una comprensione adeguata dei sacramenti cristiani ed è necessaria una solida fondazione teologica: il raccordo tra l’antropologico e il teologico ha un nome, Gesù Cristo ed ha il suo fulcro nella Parola di Dio, intesa come sacramento originario (cogliamo in questo un riferimento alla teologia della Grazia e teologia della Parola di Karl Rahner) e punto di partenza di tutti i sacramenti veri e propri.
Questa Parola, poi, si fece carne e don Mosso nella vicenda terrena di Gesù rilegge i nn. 5-7 della Sacrosanctum Concilium, dove troviamo espresse la natura della sacra liturgia e la sua importanza nella vita della Chiesa.
In Gesù Cristo riscontriamo le due dimensioni che lo costituiscono intrinsecamente come mediatore tra dio e gli uomini: le due dimensioni che caratterizzano la liturgia cristiana: da una parte gesù è stato «mandato dal padre» come portatore della grazia per la nostra santificazione (dimensione discendente); dall’altra egli è «nostro rappresentante» davanti a dio come perfetto adoratore, colui che solo è in grado di offrire al padre, nel dono incondizionato di se stesso, un culto esistenziale a lui gradito (dimensione ascendente) . Nel mistero pasquale, che si compie nella pentecoste con il dono dello spirito, troviamo il senso del celebrare: è lo spirito che in noi costituisce il principio attivo della nostra santificazione personale e, per altro verso, il principio attivo di tutto il nostro culto al padre.
In sintesi possiamo dire che don mosso ha recepito in modo equilibrato, sebbene ancora incipiente, la lezione di rahner, di schillebeeckx e di chauvet, integrandone le prospettive e smussandone le tendenze unilaterali. 

3. La teologia liturgica
Se il pensiero teologico-teoretico di Domenico Mosso guarda al Vaticano II e alla Sacrosanctum Concilium, la sua riflessione teologico-liturgica si contestualizza nella recezione della riforma liturgica che, sinteticamente, ha conosciuto tre passaggi: l’accoglienza dei principi conciliari; la stesura dei nuovi libri liturgici; la messa in pratica del nuovo modello rituale. A questo ultimo livello, si distinguono, poi, tre sottolineature diverse, che hanno accompagnato la recezione della riforma: l’insistenza sulla comprensione dei riti e dei testi; l’enfasi sulla partecipazione attiva; l’attenzione all’ars celebrandi, intesa come un modo tutto particolare di comprendere e di partecipare al mistero di Cristo.
Pur pienamente coinvolto nell’opera didattica volta a far conoscere e comprendere i nuovi libri della riforma, Mosso riconosce che essa, almeno nella sua fase iniziale, è stata pensata in un’ottica prioritariamente illuministica, in cui la preoccupazione didascalica ha il primo posto . Non si può pretendere di ridurre il senso di una celebrazione a ciò che di essa si può capire a livello concettuale e meno ancora a ciò che di essa si può dire a parole. «…già sul piano antropologico un simbolo non può propriamente essere spiegato e tradotto in parole-concetti. Un rito non si spiega mentre lo si compie: si fa!» . Mette in guardia dall’enfasi eccessiva sulla comprensione: la liturgia è nell’ordine della relazione, che non elimina né esclude la comprensione, ma va oltre.
Tuttavia, la comprensione costituisce la via per raggiungere l’obiettivo della partecipazione. Fin dai suoi primi interventi, Mosso rifiuta la partecipazione intesa come “tutti che devono fare tutto”: partecipare significa riconoscersi e identificarsi nei testi e nei gesti che i libri liturgici propongono, sentirsi in piena sintonia con i sentimenti e gli atteggiamenti che i riti esprimono; «bisogna che la nostra fede e la nostra preghiera personale si identifichino con la fede e la preghiera della Chiesa, quale si esprime appunto nei riti e nei testi del messale e degli altri libri liturgici» .
Negli anni ’80 la sua attenzione si concentra sul celebrare: anzi, ritiene tale categoria la “questione impellente”, come titola un suo articolo . Non si tratta tanto di porre in atto strategie per catturare l’attenzione con una creatività estemporanea, ma di salvaguardare la specificità della mediazione liturgica recuperando tutta la fenomenologia del rito, mediazione antropologica tipica della liturgia cristiana, nel quale l’evento pasquale si dà. Si tratta di concepire e impostare effettivamente la celebrazione come azione comune ed organica di tutta l’assemblea; nonché di esercitare con abilità, sensibilità e competenza l’arte della presidenza, in collegamento con i vari ministeri e servizi implicati nella celebrazione e sempre in funzione della preghiera di tutta l’assemblea.
Non si ravvisa alcuna ingenuità nella riflessione di Domenico Mosso che faccia supporre sufficiente un altare girato, una traduzione in lingua volgare dei rituali e un po’ di spiegazione dei nuovi riti per dire che la riforma liturgica è attuata: egli è attento alla globalità del linguaggio liturgico e alla comunicazione in ogni suo aspetto. Insiste sull’adattamento, sul rapporto con la cultura e con la religiosità popolare; nelle sue opere il problema pastorale-liturgico è chiaramente confrontato con le esigenze di natura antropologica e culturale che derivano dall’attenzione pastorale al tema celebrativo.
La parola chiave che costituisce il filo rosso di tutta la sua riflessione è il senso, nel convincimento che la questione del senso delle celebrazioni liturgiche, considerate nella loro concretezza storica, vada posta a partire dalle persone che vi si trovano implicate e non solo dai principi della teologia liturgica sacramentale. Non si deve sottovalutare l’intuizione di Mosso, che fin dai primi passi della riforma, ha visto nel soggetto celebrante il collante tra il “che cosa”, il “perché” e il “come” si celebra. La strada da percorrere, secondo il nostro autore, per migliorare la consapevolezza del senso della celebrazione da parte del soggetto assembleare, è quella di una buona formazione biblica, riconoscendo la massima importanza della Scrittura nella liturgia, perché non solo da essa si attingono le letture e l’ispirazione per inni ed orazioni, ma in essa è il significato delle azioni e dei gesti liturgici (cfr. SC 24).
Un’ultima sottolineatura. La sua riflessione teologica rileva spesso che le ampie dichiarazioni d’intenti sull’importanza della liturgia sono comuni, ma quando si tratta di passare dalla liturgia teorizzata alla liturgia celebrata si verificano profonde discrasie e la pastorale “gioca” le sue carte migliori prevalentemente su altri piani. Uno dei meriti della proposta di Mosso consiste propriamente nel tenere in equilibrio le tre dimensioni della pastorale - catechesi, liturgia e carità - riconoscendo che il privilegiarne una, a discapito delle altre, aprirebbe le porte a derive dannose quali il liturgismo e a riduzionismi quali una generica solidarietà umana o un atteggiamento puramente dottrinale.
Le celebrazioni liturgiche possono diventare momento-sintesi per la costruzione di comunità cristiane più autentiche, a patto che non si esauriscano «nella sterilità del formalismo rituale abitudinario, convenzionale, anonimo e disimpegnato» . La partecipazione alla liturgia diviene occasione di formazione permanente nella misura in cui l’ascolto della Parola, il coinvolgimento personale nel mistero pasquale di Cristo e l’impegno nella comunione-carità diventano, nella celebrazione stessa, realtà consapevolmente vissute e sperimentate .

4. Bibliografia
Don Mosso scrisse molto, con la cura di una severa precisione e con la preoccupazione di uno stile divulgativo che fosse comprensibile al lettore meno preparato. La chiarezza era un dono di natura e un impegno di costante autodisciplina. Nei suoi scritti il lettore è guidato con perizia alla comprensione dei vari aspetti della liturgia e, a partire da essi, molti hanno iniziato ad amarla. Nello scrivere, pensava soprattutto ai suoi confratelli, principali responsabili del modo di celebrare, ma è altresì evidente che ha sempre cercato di guardare le cose dalla parte della gente, perché è tutta l’assemblea nel suo insieme che mette in atto la celebrazione e tutti insieme i cristiani, preti, religiosi e laici, devono imparare l’arte del celebrare.
Ha scritto libri, relazioni e dispense, articoli, collaborando a più di 25 tra riviste e giornali e a tre dizionari teologici. Nel proporre la bibliografia della sua ampia produzione, sottolineiamo sia i lavori di traduzione (Fontane-Gantoy, Coffy), in particolare dello studio di L.-M. Chauvet «Linguaggio e simbolo», che consentì di conoscere, in Italia, una posizione divenuta ormai classica, sia i lavori in collaborazione, segno della capacità di elaborare i problemi insieme con altri studiosi.
Collaborò con diversi giornali: è impossibile riportare interamente la ricca produzione giornalistica, ma ci pare doveroso ricordare l’assidua collaborazione con il giornale diocesano La Voce del Popolo che, iniziata nel 1969, continuò fino ai giorni della durissima malattia. 
Numerosi, infine, sono i contributi relativi alle attività dell’ufficio liturgico, che don Mosso scrisse per i Quaderni dell’ufficio liturgico e per la Rivista diocesana torinese.

Silvia Vesco

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