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In alto i cuori
Convegno nazionale direttori
degli uffici liturgici diocesani

Formazione liturgica e Ministero Ordinato

 

Assisi ha ospitato, a metà novembre, il Convegno organizzato dall’Ufficio liturgico nazionale della CEI per i direttori degli uffici diocesani. Il tema è stato caratterizzato dalla formazione liturgica, nello specifico del rapporto con il Ministero Ordinato: come i futuri presbiteri sono formati alla liturgia e dalla liturgia e come i presbiteri continuano questa formazione nel loro ministero? Questa domanda, che ha fatto da sottofondo ai lavori delle giornate di incontro e di studio, non poteva riguardare unicamente la formazione intellettuale, pena lo scadere in una sorta di contraddizione: è la liturgia stessa, la celebrazione-azione liturgica, a formare. In primo piano, quindi, l’interesse al rito e alle dimensioni costitutive della musica e dell’arte per la liturgia, che richiedono formazione continua: da qui il passaggio all’arte del celebrare, per riconoscere all’atto stesso della celebrazione la sua portata formativa. Preparazione e riferimento programmatico del convegno sono state le espressioni che Benedetto XVI ha utilizzato nell’Esortazione Apostolica “Sacramentum caritatis”, ai numeri 38 e 40: «Il primo modo con cui si favorisce la partecipazione del Popolo di Dio al Rito sacro è la celebrazione adeguata del Rito stesso. L’ars celebrandi è la migliore condizione per l’actuosa participatio […]. Altrettanto importante per una giusta ars celebrandi è l’attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori liturgici dei paramenti. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano. La semplicità dei gesti e la sobrietà dei segni posti nell’ordine e nei tempi previsti comunicano e coinvolgono di più che l’artificiosità di aggiunte inopportune».
Con queste premesse, il convegno ha dedicato ogni giornata di studio ad approfondire alcune tematiche e attenzioni specifiche in merito alla formazione liturgica dei ministri ordinati e alla valenza che la stessa celebrazione e, quindi, la formazione liturgica, ha nel costituire e identificare lo specifico del ministero ordinato.

[...] continua

La prima riflessione, affidata al nuovo vescovo di Brescia, mons. Luciano Monari, ha preso in esame “Il percorso formativo nel ministero presbiterale”, itinerario che si deve lasciar ispirare proprio dalla sua meta, individuata dal relatore attraverso l’espressione sintetica: “carità pastorale”. Sfondo e riferimento essenziale dell’intervento è stato il documento CEI: “La formazione dei presbiteri nella Chiesa Italiana”. Il presbitero, che rappresenta Cristo Pastore, è chiamato a continuare la missione di Gesù, a “pascere le sue pecore, i suoi agnelli”. Cristo, unico Pastore del suo popolo, continua ad esserlo attraverso l’opera di chi ha scelto e mandato, dei pastori che agiscono nel suo nome. Tutto questo attraverso il sacramento dell’Ordine, che costituisce il presbitero ad essere lui stesso “sacramento”, segno visibile e strumento efficace di Gesù Cristo e della sua salvezza che raggiunge gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. La missione del ministero ordinato, perciò, è la stessa di Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). Come Gesù ci fa vivere e, per questo, ha donato la sua vita, ed è lui stesso la Vita, così è chiamato a fare anche il presbitero. Tutto questo, e quello che ne consegue, è “carità pastorale”. Educare a questo atteggiamento e operare affinché l’uomo possa incontrare vitalmente Gesù e vivere, richiede una serie di presupposti: bisogna amare l’uomo, gli uomini concreti, nutrendo un’enorme stima di loro; per questo è necessaria un’antropologia ricca e aperta alla trascendenza; viene interessato il campo, delicato e fondamentale, della formazione umana attraverso un progetto che favorisca la crescita del soggetto perché sia attento, intelligente, ragionevole, responsabile e amante. Proprio nella capacità di amare si realizza pienamente l’uomo, nel superamento di se stesso e nella ricerca del bene dell’altro, a immagine di Cristo. Perciò è necessario essere convinti che Gesù è davvero la vita, che incontrarlo significa avere la possibilità di rendere la vita piena e feconda, quindi donare lui significa donare la vita stessa all’uomo. Qui si inserisce l’educazione al discepolato come sequela di Gesù: è lui il punto di riferimento, la guida, la meta, il centro di gravità della vita di chi si fa suo discepolo, per arrivare a poter ripetere le espressioni paoline “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20) e “Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore.” (Rm 14, 7-8).
Nel cammino di discepolato trovano posto quelle realtà di impegno che ne fanno un valore assoluto: povertà, castità e obbedienza appaiono così come segni evidenti di una vita interamente toccata dall’irruzione di Dio che chiede di abbandonare tutto il resto per vivere in pienezza il rapporto con lui, capace di realizzare pienamente la nostra umanità.
L’intervento di apertura di mons. Monari è stato come una ricca e articolata meditazione introduttiva, che ha posto i riferimenti in cui muoversi; hanno fatto seguito gli interventi del secondo giorno, che hanno messo al centro dell’attenzione il rito, la celebrazione liturgica. Giorgio Bonaccorso, preside dell’Istituto di Liturgia Pastorale di Padova, ha proposto una riflessione circa “La dinamica della celebrazione, linguaggio e genere letterario”. In un contesto in cui il problema religioso è inserito in un processo di secolarizzazione, ma anche di ri-sacralizzazione, il rito assume un ruolo sempre più rilevante, anche secondo la lettura antropologica e delle scienze umane: è una valorizzazione della corporeità. La prima riflessione sul rito parte necessariamente dal soggetto celebrante, dall’assemblea concreta che celebra e che manifesta la Chiesa universale come relazione agapica tra i membri che la compongono; tutta l’assemblea è, perciò, agente, tutti i suoi membri sono celebranti attivi. Ma allo stesso tempo il primo soggetto ad agire nella celebrazione liturgica è Dio stesso, che opera nella comunità che, così, risulta essere anche celebrante paziente, o passivo. Questa doppia condizione della comunità celebrante, attiva e passiva, mette in gioco due dimensioni fondamentali che compongono il rito: le azioni e le emozioni. Entrambe sono fonte di conoscenza, in una sorta di primato rispetto alla dimensione intellettuale, almeno nel rito, poiché è attraverso azioni ed emozioni che l’uomo sperimenta e riconosce ciò che per lui, per la sua vita, è significativo. Le emozioni, legate alle azioni, sono il punto di partenza del significato della vita e il rito gestisce azioni ed emozioni in modo che diventino fonte di senso. Ancora una volta il corpo è al centro: il rito è spirituale non perché emargini il corpo, ma perché, attraverso il corpo, l’uomo si apre alla trascendenza, all’incontro con Dio. Azioni ed emozioni aprono alla conoscenza perché la comunità celebrante le riconosce in ciò che dice e in ciò che fa, nei linguaggi che utilizza e nelle forme espressive: non solo il linguaggio verbale, che dà nozioni, informazioni, è troppo oggettivo, e come tale non può esaurire la catechesi, la fede; ma anche il linguaggio non verbale, l’attenzione al gesto, allo spazio, al tempo. È necessario un rito, e non solo un’esegesi: non si può ridurre la fede al credere ad un oggetto che sta di fronte, ma è entrare in una “famiglia”, è partecipazione, “essere in Gesù Cristo”: l’iniziazione cristiana, che con il battesimo ci fa entrare nella famiglia cristiana e con l’eucaristia ci fa nutrire per vivere, esprime questo processo, rifacendosi ad un paradigma biologico. Così nel rito, tutti i linguaggi vengono attivati, attraverso la parola, la musica, il gesto, l’immagine, lo spazio,il tempo, il profumo, il contatto, il sapore, ma gli stessi linguaggi vengono anche sospesi: vengono attivati per dire la partecipazione di chi celebra; vengono sospesi per dire la recettività del dono, del Mistero che viene comunicato. Nel rito il senso della vita non viene detto astraendo dall’esperienza, dalla vita stessa, attraverso la teoria, ma mediante la vita, mediante esperienza: non viene spiegato il senso del pasto, ma viene fatto un pasto “speciale”. Il rito è l’elemento antropologico che permette di tenere insieme la vita e il senso della vita, non teoricamente, ma per via di esperienza. Azioni, emozioni e linguaggi sono parte di un processo che inserisce così la comunità celebrante nel racconto della fede. Tale processo interrompe dapprima la vita ordinaria, introducendo in una dimensione alternativa, come il passaggio di una soglia, di un confine; un secondo momento nel processo del rito è la dimensione dell’iniziazione, dell’appartenenza; il terzo momento, o sviluppo, sono i vari passaggi, le differenti celebrazioni rese possibili dai riti di iniziazione, che accompagnano i momento vitali del singolo e della comunità: il matrimonio, la preghiera per i malati, la celebrazione dei funerali, la lode, la benedizione e tutto quello che accompagna la vita del credente.
A partire dal documento CEI “Il rinnovamento liturgico in Italia”, Gianni Cavagnoli ha proposto un ulteriore approfondimento dal tema “Mediatori tra il libro e l’assemblea. Il ministero della presidenza”. Compito di chi presiede un’assemblea liturgica è quello di aver assorbito lo “spirito della liturgia” per poterlo trasmettere a tutta la comunità. Una presidenza efficace non può più essere intesa come esclusivamente dipendente da una potestas, ma richiede, nella corporeità di chi presiede, una costante interazione con tutta l’assemblea, nelle sue diverse condizioni e specificità. In Sacrosanctum Concilium 48-49 si trova la radice del fondamento teologico di una presidenza sganciata dalla pura potestà di un agire, ma compresa come servizio; al centro sta la figura del Cristo mediatore, così come è presentato dalla lettera agli Ebrei. Nella solidarietà di Cristo con gli uomini davanti a Dio troviamo il fondamento e il modello unico della ministerialità presbiterale. Anche Agostino, i padri della Chiesa, la tradizione monastica, ci presentano Cristo capo e mediatore che è tale per la sua relazione con Dio e con gli uomini: così chi è chiamato a “presiedere”, anche nella carità, secondo l’espressione di Giustino. La relazione con la comunità è quindi nell’ordine della partecipazione attiva dei fedeli alla Messa (SC 48) e per “la piena efficacia pastorale” della celebrazione (SC 49), escludendo ogni forma di individualismo, nella formazione di uno “stile” celebrativo comunitario, frutto di una spiritualità che si nutre e cresce nel cammino della Chiesa nell’anno liturgico, quindi nel tempo.
Dopo queste riflessioni fondative è stato dato spazio all’esperienza, dando voce ad alcune figure di formatori, circa “La formazione liturgica nei seminari”: mons. Ermenegildo Manicardi, rettore dell’Almo Collegio Capranica, don Ugo Ughi, padre spirituale al Pontificio Seminario Lombardo e p. Vittorio Viola, docente al Pontificio Istituto Liturgico “S. Anselmo”, in una tavola rotonda coordinata da p. Silvano Maggiani. Da tutti loro è emersa la necessità di formare all’ars celebrandi per un actuosa participatio, per essere presidente di un’assemblea, riconoscendo la liturgia quale luogo educativo; la necessità di prepararsi a spezzare la Parola; di formare presbiteri per le assemblee e i cristiani di oggi, per aiutarli ad entrare nel cuore dei misteri.
La giornata si è conclusa con la visita alla Basilica di Santa Chiara per una interessante e ricca “lettura” del Crocifisso di san Damiano da parte di mons. Crispino Valenziano.
Dopo questa introduzione, quasi un’iniziazione al mondo dell’arte, nella terza giornata l’attenzione si è fermata su musica e arte per la liturgia. Mons. Pierangelo Sequeri ha presentato il tema “La formazione musicale per la presidenza”, mettendo in evidenza come attraverso la musica e il canto sia possibile dare un altro tono alla vita, come alla stessa celebrazione; la musica, nella liturgia, è a servizio della Parola di Dio, si lascia guidare da essa per annunciarla, per cantarla. Lungo le epoche storiche anche la musica ha svolto il suo ruolo educativo e formativo nella celebrazione, dalla forza evocativa dell’unisono del canto gregoriano, che fa sentire un’unica assemblea, immagine dell’unica Chiesa, alla polifonia che cerca, anche nel moltiplicarsi e rincorrersi delle voci, quella ecclesialità che è frutto della coscienza dell’essere personale, di una comunità composta da singole persone. A buon diritto, allora, si può e si deve pensare a creare musica per la Chiesa che vive oggi, al di là della possibilità e della bellezza di continuare a “citare” ed utilizzare un patrimonio storico e artistico, senza anacronismi.
“La sensibilità artistica nella formazione liturgica” è stata la riflessione proposta da mons. Virginio Sanson: formazione che, secondo SC, sia insegnamento, iniziazione e celebrazione stessa dei sacri misteri. L’azione liturgica deve assumere una forma viva, istituita, gratuita e unificante, per svolgere il suo compito mistagogico, di con-formare a Cristo e manifestare il Risorto nella comunità dei credenti; per assolvere questo compito entrano in gioco, ancora una volta in maniera ineludibile, la corporeità e la sensibilità, attraverso le quali si esprime e si percepisce il linguaggio simbolico della liturgia; tutti i sensi sono coinvolti e anche l’immaginazione, fino ai “sensi spirituali”: proprio qui entrano in gioco lo stile della celebrazione, la dimensione della bellezza e dello splendore, della proporzione e della chiarezza. Tutto nella celebrazione è orientato all’incontro con Cristo al fare esperienza di lui, della sua vera presenza. Da qui l’importanza che la dimensione artistica, che ha accompagnato lungo i secoli l’immaginario collettivo su come siano immaginati i misteri cristiani, sia considerata locus theologicus, attraverso la valorizzazione delle opere d’arte del proprio territorio, per arrivare ad una “lettura” vera e propria delle immagini artistiche, una sorta di lectio divina.
Un altro momento della celebrazione, universalmente riconosciuto come problematico e bisognoso di cure e di formazione, è quello dell’omelia. Due voci, provenienti idealmente dai due luoghi della celebrazione, dal presbiterio e dalla navata, hanno aiutato i convegnisti a riflettere e interrogarsi sull’argomento. Don Chino Biscontin, direttore della rivista “Servizio della Parola”, ha evidenziato le due problematiche macroscopiche: un’inadeguata comprensione della natura dell’omelia stessa e una mancata professionalità comunicativa. L’omelia, come ricorda SC, è parte integrante della celebrazione ed ha carattere sacramentale: offre una mediazione perché il Signore possa parlare al suo popolo; perciò la preghiera di ascolto è parte essenziale della sua preparazione. Con la luce attinta dalle Scritture, deve illuminare il qui e ora; non si tratta di problema di dottrina o di trasmissione di un codice etico; richiede una dimensione narrativa, a immagine dello stile narrativo della Scrittura, e una forma di discernimento, nei confronti dell’assemblea, della comunità alla quale è rivolta; non può restare a livello di “intrattenimento religioso”. Parlare di Gesù, nell’omelia, è parlare di lui alla sua presenza: deve far percepire, mediare la vicinanza del parlante; perciò non è sufficiente insegnare a predicare, bisogna “iniziare” alla predicazione. Troppo spesso, poi, l’omelia manca di professionalità comunicativa: la comunicazione è lo strumento indispensabile per l’annuncio; non è sufficiente sapere che cosa dire, è indispensabile sapere come dirlo per raggiungere un obiettivo, per comunicare un messaggio. L’altra voce, quella dalla navata, del giornalista dott. Aldo Maria Valli, ha aiutato a prendere coscienza di che cosa i fedeli si aspettino dall’omelia. Partendo da un processo di degenerazione che la parola sta vivendo, tra sms, e-mail, televisione, il relatore ha voluto paragonare i destinatari del suo lavoro di giornalista a quelli di un omileta: sono un pubblico vasto, eterogeneo, non è possibile rivolgersi a qualcuno in particolare, perciò sono necessarie semplicità e chiarezza, senza scadere mai nella banalità. Si affrontano situazioni diverse, letture che hanno stili letterari e utilizzano linguaggio differenti: alcune parlano da sole, senza bisogno di aggiunte o commenti, o con pochissimo sforzo; altre necessitano di accurate spiegazioni e semplificazioni: per questo sono necessarie elasticità e flessibilità. Senza contare che già il modo di leggere un testo è una sorta di commento e di presentazione dello stesso. Dall’esperienza personale nasce anche il suggerimento ad un atteggiamento necessario: l’umiltà; l’omelia è “univoca”: limite, che può essere superato mettendosi nei panni degli altri, esplicitando domande che possono essere quelle che sorgono nell’ascoltatore. Di certo riuscire a comunicare in un mondo in cui non c’è comunità è molto difficile, ma l’omelia ha il difficile e importante compito di lasciare dentro il cuore dell’ascoltatore qualcosa che duri durante tutta la settimana.
L’ultima giornata di lavori ha visto la presenza di S. Em. Il Card. Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto e la Disciplina dei Sacramenti, intervenire su “Ars celebrandi e actuosa participatio nell’Esortazione postsinodale Sacramentum caritatis”; al termine della relazione, il dialogo e il dibattito sereno e puntuale hanno messo in evidenza la disponibilità al dialogo della Congregazione e il cammino di collaborazione svolto con l’Ufficio liturgico nazionale, sottolineando anche l’attenzione che la Congregazione ha verso il lavoro di quest’ultimo, perché sempre “sotto gli occhi” anche delle altre Conferenze episcopali nazionali, che cercano modelli di riferimento, ad esempio, nella traduzione e negli adattamenti dei libri liturgici e che trovano, nel lavoro svolto in Italia, un modello sicuro.
I lavori del convegno si sono chiusi con una tavola rotonda, coordinata da mons. Giuseppe Busani, con l’intervento di tre direttori di uffici liturgici diocesani del nord, centro e sud Italia, rappresentativi di differenti realtà, centrando l’attenzione su problemi, orientamenti e proposte per il lavoro degli uffici stessi. Don Paolo Tomatis di Torino, don Mario Castaldi di Ascoli Piceno e p. Pietro Sorci di Palermo, pur nella differenza delle rispettive situazioni di impegno, hanno evidenziato alcune problematiche comuni, circa la formazione liturgica nei seminari e quella permanente del clero o l’attenzione alle strutture diocesane, necessarie per dare continuità al lavoro degli uffici; ma hanno anche evidenziato risorse e proposte simili, puntando molto su laboratori, incontri e corsi di aggiornamento per la formazione e sulla necessità di lavorare “in rete” tra organismi ecclesiali e con realtà quali artisti e musicisti, per la progettazione e l’adeguamento delle chiese, la valorizzazione mistagogica dei numerosi e importanti tesori d’arte presenti sul territorio e la formazione degli animatori musicali della celebrazione.

Il direttore dell’Ufficio liturgico nazionale, don Mimmo Falco, indicando la difficoltà a trarre conclusioni da un convegno ricco e vario come questo, che resta però come valido aiuto di approfondimento per il lavoro nelle singole realtà diocesane, ha brevemente presentato il nuovo Lezionario della Chiesa italiana, fresco di stampa, quale lavoro di una serie davvero nutrita di esperti sia della S. Scrittura, sia delle veste artistica che accompagna e aiuta a leggere il testo biblico: esempio concreto e, quasi, primo frutto di una realtà di collaborazione e di attenzione alle diverse forme di linguaggio della liturgia, così auspicata dai lavori dello stesso convegno.

Alessandro Ghersi
(Settimana/6 gennaio 2008/n. 1)

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